Ritornare da èStoria: divulgazione o specializzazione?

trinceeIGDi ritorno da Gorizia, dove si è tenuto il Festival èStoria, vale la pena di riflettere su cosa significa storia e memoria nel 2014. Lascio volentieri a filosofi e storici il compito di argomentare ad alto livello. Io mi accontento di ragionare su come si può comunicare la memoria. Innanzitutto – e non era scontato – a Gorizia c’erano davvero tante persone che spulciavano tra le bancarelle di libri o ascoltavano i dibattiti sotto i tendoni. Cosa cercavano? Ammettiamo pure un certo numero di “monomaniaci”, ma il resto probabilmente aveva bisogno di conoscere dagli studiosi perché  qualche milione di persone (ho capito che il numero preciso non si conosce) un secolo fa si è scannato. L’irredentismo, i confini, gli “sciavi” e Cecco Beppe, gli alpini e (anche allora) le gavette di ghiaccio, le trincee: tutto materiale scritto nei libri, mandato a memoria insieme alle poesie di Ungaretti, diventato sentimento comune. Retorico e noioso. Ma anche i diari che raccontavano la fame e il freddo dei soldati, le fucilazioni descritte da Monicelli e Kubrick, i generali incapaci (divertente Max Hasting che a proposito della classifica di incompetenti ha messo al primo posto, ex aequo, Cadorna e Borojevic) non aggiungono più molto: raccontano un altro pezzo di storia, quello vissuto dagli ultimi, dai perdenti. Forse festival come èStoria segnalano che c’è un desiderio di connettere gli specialismi, di ascoltare pensieri complessi, di trovare i fili che collegano il fabbisogno calorico degli alpini con le lettere censurate dal fronte, la spregiudicatezza di Conrad e l’ignominia dei generali, il colore delle divise con il ruolo che ebbero gli animali (commovente il libro di Bucciol, Animali al fronte, edito da Ediciclo)… Ne abbiamo ricevuto conferma in più occasioni, quando Radio Popolare e Lapsus hanno incontrato nel loro stand personaggi come Luciano Carrino. Già collaboratore di Basaglia, esperto di medicina sociale, presidente di Knowledge, Innovations, Policies and Territorial Practices, un’iniziativa dell’Onu.

luciano carrino a radio popolare

C’è un’altra, indubbia utilità di festival come quello di Gorizia. Nicolas Offenstadt, giovane storico francese (suo un recente inserto sulla Grandevlcsnap-2014-05-26-19h16m24s120 Guerra pubblicato su Le Monde) ci ha fornito due punti di vista intriganti: il primo è che la Prima Guerra mondiale unifica, a differenza della Seconda o delle guerre coloniali. Ogni famiglia francese può sentirsi orgogliosa del proprio congiunto morto nelle trincee della Marna, vittima dell’assurdità di una guerra decisa dai potenti. Difficile trovare uguale orgoglio per un parente morto, chessò, in Algeria tra il ’54 e il ’62, oppure durante la Seconda Guerra mondiale: magari era un cagoulard… Il secondo motivo è che, proprio per queste ragioni “private” un anniversario come il centenario della Grade Guerra non può essere sequestrato dagli addetti ai lavori.

Per la cronaca: è evidente che un festival come èStoria serva anche per vendere libri. Non conosco gli indici di vendita ma una cosa è certa: Laterza ha fatto bene a pubblicare “I sonnambuli” perché a Gorizia in qualsiasi capannello di storici inglesi, tedeschi, italiani l’argomento era se schierarsi a favore o contro il libro di Clark.

Danilo De Biasio

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